lunedì 16 ottobre 2017

C’è un posto a tavola anche per la tristezza


“La depressione è una signora vestita di nero che bisogna far sedere alla propria tavola ed ascoltare”. Carl Gustav Jung

E’ un invito ad accoglierla ed ascoltarla perché ha qualcosa da dirci su di noi; qualcosa che si presenta con un aspetto un po’ tetro, ma che in realtà ci appartiene, e soprattutto potrebbe esserci utile.

Quello che si può definire “umore nero”, è composto da sentimenti di delusione, frustrazione, tristezza, e spesso sensi di colpa.

Perché i sensi di colpa?

Perché avvertiamo di non essere come idealmente dovremmo o vorremmo essere, secondo il nostro ideale dell’Io; perché sentiamo di esserci discostati da un precetto morale, da come dovremmo essere secondo l’educazione ricevuta, magari troppo rigida, e non così realistica. In base ad essa non riusciamo ad accettare i nostri errori, le nostre discrepanze rispetto al modello.  

Un’altra importante causa del senso di colpa è la comprensibile rabbia, provata a fronte di una frustrazione, delusione, costrizione; tale rabbia può essere erroneamente considerata negativa o “cattiva”, e dunque provocare ulteriori sensi di colpa.

Se si riesce a sollevare la rabbia dal peso dei sensi di colpa, e spesso ciò avviene nello spazio dialogico e non giudicante della psicoterapia, essa diventa combattività e può essere molto utile a prendersi spazi psichici dove poter affermare se stessi, nonostante e talvolta proprio a partire dalle inevitabili frustrazioni.

A tal proposito è interessante notare come nei sogni delle persone depresse, accanto ai paesaggi gelati e desertificati che descrivono la loro situazione psichica, compaiono con una certa ricorrenza animali che lottano per il territorio e che rispondono istintivamente ad una situazione di difficoltà.

I sogni consentono di riprendere il contatto con emozioni che, per quanto disturbanti, aiutano a lottare per la propria autonomia.

La rabbia è solo uno degli aspetti che possono emergere ed essere utilizzati, poi ci sono tutti gli scostamenti dall’ideale, che però corrispondono autenticamente a noi e alla nostra vita. Le frustrazioni stesse.

Quali sono le possibilità di venire a patti con una frustrazione?

Innanzitutto è importante non sentirsi, per ciò stesso, da meno; come se non fosse prevista la frustrazione nelle proprie vite, in un paradigma in cui le performances siano sempre al massimo, e in cui tutti i desideri siano appagati; e se così non è deve essere responsabilità di qualcuno, preferibilmente nostra.

Cambiando prospettiva, invece, si può prendere atto della frustrazione, e accoglierla come parte di sé accanto ad altre, acquistando così conoscenza, realismo e libertà, anche di perdere eventualmente.

Ricordo il sogno di una paziente in cui la protagonista partorisce pietre, e si occupa di loro quasi come fossero dei bambini. Per lei è stato possibile attraverso il sogno riconoscere l’importanza di occuparsi anche degli aspetti frustranti della propria vita (le pietre), e di quanto tutto questo le desse in realtà solidità e libertà.

Mi viene in mente l’aforisma impresso all’entrata del museo Kiasma di arte contemporanea ad Helsinki:  “Viviamo in un mondo folle in cui tutti vogliono tutto a tutti i costi”.

Se è questo il clima culturale in cui viviamo, da un lato è più difficoltoso prendere atto e accogliere le proprie frustrazioni, perché in contrasto con le aspettative diffuse, seppur folli; ma allo stesso tempo diventa ancora più importante farlo, per favorire la propria integrazione e sanità mentale, che comprende e necessita anche degli aspetti frustranti, vissuti questa volta con realismo e libertà.






lunedì 22 maggio 2017

Gli attacchi di panico si possono sdrammatizzare

Sdrammatizzare gli attacchi di panico è possibile!
Non perché non se ne riconosca la drammaticità con cui si presentano nell’esperienza e nella vita delle persone,  al contrario; ma una volta che se ne comprenda il significato, e gli si permetta di svilupparsi, è facile che in tempi brevi gli attacchi di panico si attenuino drasticamente e spesso scompaiano del tutto.
Se si cerca timor panico sul dizionario, vi si trova scritto: “timore improvviso, oscuro e irrefrenabile, come quello che gli antichi ritenevano suscitato dalla comparsa del dio Pan; il dio della natura  intesa come forza vitale e creatrice…”
E se Pan è il dio della natura dentro di noi, egli può essere considerato il nostro istinto.  Cos’è dunque che temiamo quando abbiamo un attacco di panico? Spesso il nostro istinto, qualcosa che ci appartiene naturalmente, autenticamente ma che per qualche motivo ci fa paura.  
Possiamo temere un nostro desiderio, predisposizione, aspirazione, che si fa strada in noi, chiede di realizzarsi, e di contribuire alla nostra autorealizzazione.
Li temiamo perché non ci si sente in grado di realizzarli, spesso sbagliando … perché sono in contrasto con l’immagine che abbiamo di noi, con quello che “dovremmo” o “vorremmo” idealmente essere, con un senso del dovere interpretato rigidamente
Come è successo a Marina, una donna di 45 anni che si è rivolta a me per i suoi attacchi di panico; e di cui sono emerse paure e desideri.
L’educazione rigida e un po’ sessista, da lei ricevuta in Veneto, aggravata da una madre poco affettiva e succube di tale modello, erano in profondo contrasto con la sua natura vitale, creativa, e con i suoi desideri di autonomia anche affettiva, non solo lavorativa.
Si costringeva in una convivenza con un compagno poco amato, per paura della solitudine, e ad una certa remissività, in contrasto con il suo spirito combattivo.
Ecco quindi presentarsi nella sua vita un profondo e autentico desiderio di autonomia affettiva, ma allo stesso tempo il timore di essa. Marina dichiara di aver bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, di qualcuno che la difenda dalle difficoltà della vita; in realtà è in grado di farlo in prima persona e il suo istinto lo sa, ma lei fa fatica a riconoscerlo, privandosi così di tale soddisfazione.
Emerge inoltre e chiede di essere espresso il suo spirito combattivo, da sempre presente in lei, tanto da averle permesso di costruirsi un’autonomia lavorativa ed economica, ma che Marina non ha mai del tutto riconosciuto e legittimato nell’ambito affettivo e delle relazioni, costringendosi ad una certa passività e remissività, che non le corrispondono.
Tali aspetti di lei premono per emergere, perché sono legati alla sua natura e ai suoi compiti vitali, ma le provocano panico e fantasie punitive.
Marina infatti nella sua infanzia e adolescenza si è confrontata con un padre talvolta violento, soprattutto nel momento in cui ne veniva messa in discussione l’autorità.  Tuttora è preda di timori e fantasie punitive, come se avesse proiettato l’immagine di suo padre su una qualche autorità sovrannaturale ( un dio, il destino, il caso …) che potrebbe punirla qualora si discosti dai modelli appresi.
Lo spazio non giudicante e dialogico della psicoterapia, fa emergere i suoi bisogni per quello che sono, con una visione più realistica di sé e degli altri, e di un possibile confronto fra persone.  Per lei non si tratta più di confrontarsi con tradizioni immutabili, ma solamente con le personali convinzioni di una madre o di una nonna, legittime quanto le sue. Non si tratta più di relazionarsi con un padre-padrone, pur vissuto così nell’infanzia, né con un dio, di cui temere la vendetta (phthònos theòn) come facevano gli antichi greci; ma soltanto con un uomo, con cui essere più o meno in accordo o in contrasto.
Questo sfondo le permette di portare a compimento i suoi compiti vitali con sempre meno timori, talvolta con leggerezza, spesso con soddisfazione e  piacere.
In psicoterapia si parte dalla paura e ben presto si lavora su aspetti propositivi, evolutivi della persona. Marina, che temeva l’autonomia, provando a viverla,  prende coscienza di potercela fare e ne sperimenta in realtà la leggerezza. Il focus non è più la paura e il suo eventuale decondizionamento, ma desideri, aspirazioni, bisogni, capacità, che iniziano a farsi strada e trovano spazio nella personalità del paziente.
Il luogo dialogico, non giudicante, della psicoterapia permette a tali bisogni di emergere, di essere considerati più realisticamente, di svilupparsi e realizzarsi; Marina scopre la propria capacità di affrontare in autonomia la vita adulta, e la naturalezza di tale percorso, prendendo le distanze da un retaggio culturale e storia familiare che non lo legittimava pienamente.
In solitudine tali bisogni emergevano sotto forma di panico; nella relazione dialogica con la terapeuta, invece di proiettare ombre paurose, prendono pian piano forma e significato nella loro concretezza e trovano l’accoglienza necessaria al loro sviluppo.
Si tratta di lasciare emergere non solo quello che è il proprio istinto ( “il fiume che scorre sotto il fiume” secondo Clarissa Pinkola Estès), ma anche una visione più realistica di sé e dei rapporti, altro “fiume” potente e talvolta nascosto a noi stessi.
Questa visione ci permette di vivere relazioni paritarie e dialettiche, che a loro volta rendono più spendibili i nostri desideri, aspirazioni, e “istinti”, con meno paure e sensi di colpa.

martedì 16 settembre 2014

Stress da rientro e desiderio di libertà


Cosa si può fare per affrontare lo stress da rientro dalle vacanze?

Lo stress da rientro viene definito come un stato di malessere generale accompagnato da stanchezza, irritabilità, nervosismo, leggera depressione; spesso ci si sente fisicamente appesantiti, psicologicamente non pronti, schiacciati dal senso di responsabilità e dai compiti incombenti.
Solitamente vengono consigliati alcuni semplici accorgimenti, che riguardano il  portarsi con sé stili di comportamento che in vacanza ci hanno procurato benessere, come cercare di dormire di più, prendersi cura del proprio corpo con un’alimentazione sana e un po’ di attività fisica, continuare a dedicare del tempo alla famiglia e al partner, proprio come si tende a fare maggiormente durante le vacanze.

Oltre a tali abitudini, forse però è ancora più importante cercare di portarsi dietro quel sentimento di libertà sperimentato in vacanza nel seguire i propri tempi ed esigenze, nel coltivare i propri interessi e affetti, che si teme di perdere tornando alla vita lavorativa, e la cui perdita è causa di stress.

La ripresa del lavoro, il rientro a scuola dei propri figli, e altri impegni, sono caratterizzati nel nostro immaginario e anche nella realtà quotidiana, da orari, ritmi, regole, aspettative definite da altri più che da noi.
In vacanza abbiamo il principale obiettivo di rendere felici e appagati noi, sul lavoro gli altri: capoufficio, clienti, etc. E così nella nostra mente si profila una netta contrapposizione fra libertà e autodeterminazione da un lato  e vincoli, limiti, costrizioni dall’altro.

E’ importante però chiedersi se tale contrapposizione netta sia corretta; e se sia inevitabile perdere quel sentimento di libertà di cui parlavo prima, o non sia invece possibile portarselo dietro nella vita di tutti i giorni, ed anzi farne il centro organizzatore del proprio agire.

La libertà, intesa come autonomia, in realtà non è l’essere completamente sciolti da vincoli, ma operare scelte facendo riferimento a sé e non a qualche autorità superiore, magari dopo essersi informati e confrontati, e mettendo in conto la possibilità di sbagliare.

“La libertà non è il volo libero di un moscone, la libertà è partecipazione” ( Giorgio Gaber). Cioè comprende l’altro, che ci pone comunque limiti.

La libertà assoluta sciolta da vincoli non è praticabile, è solo una fantasia di libertà; e non perché abbiamo vite troppo complicate o piene di impegni o dobbiamo soddisfare troppo le aspettative altrui,… neanche in vacanza abbiamo sperimentato una tale libertà assoluta (ad es. decidiamo di fare un’escursione, e poi piove o nostro figlio si ammala …).
Il fare affidamento su di sé nell’operare scelte non vuol dire essere sciolti da vincoli posti dall’esterno, ma vuol dire fare riferimento a sé nel gestire gli impegni e le aspettative altrui a modo proprio: ci sono tanti modi differenti di rispondere agli impegni quanti sono gli individui.

Non solo per ridurre lo stress da rientro, ma per sfruttare le vacanza come occasione trasformativa, può essere utile farsi carico di tale proprio desiderio di libertà, sano e legittimo, rendendolo però più realistico e praticabile.
Tale libertà implica il non dare per scontato che ci sia una risposta preconfezionata ai nostri dubbi e scelte, il fare riferimento a sé nelle scelte quotidiane, sapendo di poter sbagliare e di procedere per tentativi ed errori.
Può essere utile aumentare le proprie conoscenze, informazioni, stimoli attraverso la rete, la lettura di giornali di moda, la visione di programmi di cucina etc., però poi è ognuno di noi che reinterpreta i dettami della moda in base al proprio gusto e al proprio fisico, le ricette di cucina in base al proprio gusto e a quello di marito e figli, e in base alle proprie disponibilità, aggiungendo, togliendo o modificando ingredienti, alla ricerca di ciò che è meglio per noi.

Ciò che limita, ma allo stesso tempo rende praticabile la propria libertà è la natura della scelta (prendo un’alternativa e ne scarto un’altra) e la possibilità dell’errore, che non dipende dal fatto che non siamo sufficientemente esperti, ma che non possiamo conoscere o prevedere tutti i fattori presenti o intervenienti nell’immediato futuro.
Ad es. preparo un piatto che penso piaccia molto al mio partner, e poi quella sera lui è un po’ indisposto o preferisce mangiare più leggero; mi iscrivo ad un corso di acquagym, di fotografia o altro, che non  si rivela all’altezza delle mie aspettative, o nel frattempo mi sono maturate dentro altre esigenze …  infatti, oltre a non dipendere dalla nostra decisione tanti fattori esterni, non dipendono da essa neanche emozioni, sentimenti, esigenze … se ne può prendere atto e muoversi di conseguenza, per es. modificando decisioni prese, tornando indietro da strade che si rivelano con il senno di poi poco utili, quando è possibile.

Solo mettendo in conto tali limiti (dover rinunciare inevitabilmente a qualcosa o la possibilità quotidiana dell’errore e gli aggiustamenti continui di esso) si possono effettivamente praticare delle scelte facendo riferimento a sé. Diversamente si è costretti a affidare le proprie decisioni ad altri (genitori, partner, giornali di moda, ricettari, etc.) nell'illusione di evitare l’errore e rinunciando così alla libertà di scegliere secondo i propri criteri.













         

mercoledì 6 agosto 2014

Sesso: dovere o piacere? Perché l’ansia da prestazione sessuale.


Vorrei riflettere con voi sui motivi della notevole diffusione di problematiche sessuali, di cui l’ansia da prestazione sessuale è una delle principali sul versante maschile, ma ha anche un ruolo significativo nei problemi femminili.

Soprattutto vorrei riflettere su una diffusa difficoltà, che potenzialmente riguarda ognuno di noi, a raggiungere una piena soddisfazione nella sfera della sessualità.

E’ curioso che ciò si verifichi in un periodo storico in cui l’evoluzione socioculturale ha portato l’individuo ad essere mediamente più libero da sensi di colpa e inibizioni, ben informato circa le diverse posizioni e tecniche amatorie, favorevole ad un atteggiamento obiettivo e scientifico verso la sessualità e così via.

Dopo aver sciolto pregiudizi e allentato divieti morali legati alla sessualità, proviamo a capire cosa altro pesa sulla possibilità di coltivare liberamente e senza troppe ansie il piacere.

L’ansia da prestazione consiste nel timore del manifestarsi di una difficoltà sessuale, talvolta già vissuta in passato, che riteniamo non ci permetta di soddisfare appieno il nostro partner. Da tale timore consegue ansia e ipercontrollo che, interferendo con il coinvolgimento sessuale, divengono essi stessi origine del problema temuto.

E’ comprensibile avere il desiderio di soddisfare il proprio partner, ma quando l’ansia prevale, è perché colleghiamo un po’ troppo strettamente il bisogno di soddisfarlo con la conferma di noi stessi e della nostra adeguatezza ed autostima. L’esperienza sessuale è allora legata più che alla felicità di coppia e alla comune ricerca del piacere, ad un proprio bisogno di conferma attraverso l’altro. L'eccessiva ricerca di approvazione da parte dell’altro, come conferma della propria adeguatezza e autostima riduce la spontaneità; anche perché spesso sull’altro si proiettano i propri timori di inadeguatezza e il proprio atteggiamento auto-giudicante.

Il primo dubbio che è utile porsi è se siamo sicuri che il nostro partner si aspetti davvero “una prestazione”. Spesso, infatti, se ha una relazione personale con noi, e non ci considera puramente oggetti sessuali, è probabile che si aspetti attenzioni più che prestazioni, e sia addirittura infastidito da un atteggiamento più attento alla prestazione che alla relazione.

Riflettendo sulla parola stessa "prestazione", essa richiama l'idea di una prova fornita, intesa a richiamare l'attenzione sulle particolari capacità di colui che si esibisce. La prestazione ha un carattere pubblico, nel senso che il modo in cui l'atto viene eseguito è soggetto all'osservazione e alle critiche, se non di un pubblico, comunque di un'altra persona. La soddisfazione del partner diviene più importante del proprio piacere, con la conseguenza di un appagamento sessuale soltanto parziale.

Può essere utile modificare allora i termini della questione: non che l’altro non sia importante, ma lo è come partner, con esigenze e bisogni in parte diversi dai nostri, da esplorare insieme; non come specchio che ci confermi.
E’ importante quanto lo siamo noi, non di più.
Paradossalmente proprio il mettere al centro il bisogno di conferme narcisistiche della propria potenza sessuale o avvenenza, dà troppa importanza all’altro, a scapito di sé, perché da lui dipendiamo per tali conferme.

Effettivamente al giorno d’oggi il punto debole dell’individuo non è più tanto il senso di colpa dovuto a desideri sessuali o aggressivi moralmente riprovevoli come ai tempi di Freud, ma il senso di inadeguatezza per non essere sufficientemente performanti o riconosciuti sul piano lavorativo, sociale, e anche sessuale, collegando così strettamente l’approvazione, ammirazione dell’altro/altri alla propria autostima.

Per quanto riguarda la sessualità, l’abbiamo sottratta dall’ambito dei divieti morali, e l’abbiamo sottoposta a quello della prestazione e del narcisismo (cerco conferme della mia virilità o della mia avvenenza). Dov’è dunque il vantaggio? Ci troviamo sempre nell’ambito del dovere (non più tanto il dovere di attenersi a prescrizioni morali,  quanto quello di essere all’altezza di prestazioni e aspettative).

E allora il piacere, che per esprimersi necessita principalmente di spontaneità, nella migliore delle ipotesi  è un estraneo che si imbuca ad una festa; nella peggiore rimane fuori dalla porta.

Cosa fare per ridare al piacere il ruolo di protagonista?

Innanzitutto considerare il partner realisticamente per quello che è: non uno specchio che ci dia conferme o disconferme, che decreti il nostro successo o fallimento, ma un partner di una relazione sessuale in cui è centrale la comune ricerca del piacere, fatta però ognuno a modo proprio e a partire dalle proprie esigenze; tale ricerca richiede dunque ascolto, e stimolo reciproco alla spontaneità, in consonanza con l'autentica natura emozionale della sessualità.



lunedì 10 febbraio 2014

Nebraska "Una famiglia tutt'altro che ideale"

Vi consiglio la visione del film “Nebraska” di Alexander Payne. Racconta di una famiglia tutt'altro che ideale, che ognuno può agevolmente e senza sensi di inferiorità confrontare con la propria. Il protagonista trentacinquenne sceglie di prendersi cura dell’anziano padre, che pur non è stato un campione di generosità nell'educazione dei figli, e della sua demenza senile, con affetto e un pizzico di ironia. In tal modo si prende un po’ cura anche del resto della famiglia, e soprattutto di se stesso, dimostrando che amare riempie di più la vita che essere amati.

Il trailer del film:
http://www.youtube.com/watch?v=Wo4CRHJqRPw

giovedì 30 gennaio 2014

Come aiutare i ragazzi nella scelta della scuola superiore

Cari genitori,

per dare una cornice alla scelta della scuola superiore, vorrei sottolineare in primo luogo che non si tratta di scegliere al posto dei figli, ma insieme a loro. A dire il vero, è più una scelta loro che vostra, ma con l’importante vostra presenza accanto per aiutarli a ragionare, a fare un esame di realtà, anche a sdrammatizzare.

I ragazzi infatti, in tale periodo di vita e di fronte a tale scelta, provano alcune ansie, legate alla crescita e alla trasformazione, al fare alcune cose per la prima volta, al non sapere quanto possono contare su di sé, alla paura di sbagliare. Compito del genitore è contenere tali ansie, contenendole e sdrammatizzandole prima di tutto dentro di sé.
D’altro canto i ragazzi a quest'età hanno sufficienti risorse e capacità per fare delle scelte. Già da molto prima, per certi aspetti fin dalla nascita, sono elaboratori di teorie sul mondo e di strategie di comportamento, di modi di vivere. Tali modi sono parziali, possono e devono essere corretti in base alle esperienze, agli errori e all'esame di realtà, però sono comunque presenti in ognuno dei vostri figli.
Non siete tenuti, dunque, a fare le scelte al posto loro, ma piuttosto ad accompagnarli, e a ragionare insieme a loro.

Un modo per sdrammatizzare è mettere in conto che tale scelta sia rivedibile nel tempo; accettare la possibilità dell’errore, che non esiste una scelta in grado di mettere al sicuro il proprio figlio da delusioni e possibili revisioni.
Quando come genitori abbiamo a che fare con scelte che riguardano i figli, siamo anche più preoccupati  che rispetto  a scelte che riguardano noi personalmente; gli errori, le sofferenze dei figli bruciano più delle nostre, proprio perché li amiamo e siamo genitori partecipi. Attenzione però a questa reazione istintiva, perché i figli possono interpretare le nostre preoccupazioni, se eccessive, come una scarsa fiducia in loro, e nel fatto che siano in grado di procedere nella crescita, di prendere decisioni e di affrontare prove.

Non esiste poi una scelta migliore in assoluto, ma relativamente al contesto in cui ci si trova, considerando com'è il ragazzo in quel momento, e naturalmente quali le opportunità formative presenti sul territorio.
La scelta migliore è quella più realistica, che si basi sulla considerazione delle caratteristiche, potenzialità e limiti del minore; ma soprattutto dei suoi interessi, motivazioni, e passioni.
E’ importante dunque il confronto con gli insegnanti, ma soprattutto con il ragazzo, aiutandolo a valutare realisticamente se stesso e il contesto; a 13 anni ha ancora molto bisogno di essere sostenuto e contenuto rispetto alla tendenza a sottovalutarsi o sopravvalutarsi.

Per aiutarlo è utile che vi interroghiate sulla vostra disponibilità a rivedere l’immagine ideale che avete di lui/lei, a mettere in conto possibili delusioni, scarti dalle vostre aspettative; e a gestire tali delusioni come un accadimento e un problema vostro, senza farlo ricadere sul figlio.
E’ naturale e comprensibile avere tali aspettative ideali, proprio perché ai genitori sembra che se i figli fossero così come “dovrebbero,” sarebbero favoriti nel cammino dell’esistenza, non andrebbero incontro a delusioni e frustrazioni. Realisticamente però alcune frustrazioni sono inevitabili, e il compito del genitore non è eliminarle, quanto piuttosto aiutare il ragazzo a gestirle come una parte normale della vita, a trovare le proprie strategie per affrontarle, e ad imparare da esse. 
A volte un allontanarsi dalle aspettative genitoriali è per il figlio un trovarsi.

Ridimensionando il peso delle delusioni, possibili errori, aprite invece e potenziate lo sguardo su quello che realmente è il ragazzo, confrontandovi e discutendo con lui, e aiutandolo così, attraverso il dialogo, a comprendersi nelle proprie potenzialità e nei propri limiti.
Mantenendo un atteggiamento fermo rispetto ad ansie eccessive per il futuro, siate invece generosi nel cogliere le particolarità del singolo: non solo potenzialità e limiti, ma anche interessi, motivazioni, passioni.
Il crescere, e la vita stessa, hanno un'indubbia complessità, proprio perché nessuno ha la sfera magica per prevedere il futuro, e si procede per tentativi ed errori.  Ma la conoscenza di sé (gnozi eautòn degli antichi greci) è un valore e una fondamentale risorsa nell’orientarsi, oltre naturalmente alle informazioni e alla conoscenza del contesto, in questo caso, delle opportunità formative presenti sul territorio.

Sottolineo la necessità di prendere in considerazione anche e soprattutto gli interessi del ragazzo. E’ vero che si cresce e si impara confrontandosi con le regole, accettando e gestendo possibili frustrazioni, ma una spinta fondamentale all'apprendimento è proprio il piacere, il fare ciò che piace e appassiona; è la motivazione che aiuta a tollerare meglio la fatica, a superare delusioni, e a sostenere l’impegno richiesto da qualsiasi percorso formativo.