lunedì 22 maggio 2017

Gli attacchi di panico si possono sdrammatizzare

Sdrammatizzare gli attacchi di panico è possibile!
Non perché non se ne riconosca la drammaticità con cui si presentano nell’esperienza e nella vita delle persone,  al contrario; ma una volta che se ne comprenda il significato, e gli si permetta di svilupparsi, è facile che in tempi brevi gli attacchi di panico si attenuino drasticamente e spesso scompaiano del tutto.
Se si cerca timor panico sul dizionario, vi si trova scritto: “timore improvviso, oscuro e irrefrenabile, come quello che gli antichi ritenevano suscitato dalla comparsa del dio Pan; il dio della natura  intesa come forza vitale e creatrice…”
E se Pan è il dio della natura dentro di noi, egli può essere considerato il nostro istinto.  Cos’è dunque che temiamo quando abbiamo un attacco di panico? Spesso il nostro istinto, qualcosa che ci appartiene naturalmente, autenticamente ma che per qualche motivo ci fa paura.  
Possiamo temere un nostro desiderio, predisposizione, aspirazione, che si fa strada in noi, chiede di realizzarsi, e di contribuire alla nostra autorealizzazione.
Li temiamo perché non ci si sente in grado di realizzarli, spesso sbagliando … perché sono in contrasto con l’immagine che abbiamo di noi, con quello che “dovremmo” o “vorremmo” idealmente essere, con un senso del dovere interpretato rigidamente
Come è successo a Marina, una donna di 45 anni che si è rivolta a me per i suoi attacchi di panico; e di cui sono emerse paure e desideri.
L’educazione rigida e un po’ sessista, da lei ricevuta in Veneto, aggravata da una madre poco affettiva e succube di tale modello, erano in profondo contrasto con la sua natura vitale, creativa, e con i suoi desideri di autonomia anche affettiva, non solo lavorativa.
Si costringeva in una convivenza con un compagno poco amato, per paura della solitudine, e ad una certa remissività, in contrasto con il suo spirito combattivo.
Ecco quindi presentarsi nella sua vita un profondo e autentico desiderio di autonomia affettiva, ma allo stesso tempo il timore di essa. Marina dichiara di aver bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, di qualcuno che la difenda dalle difficoltà della vita; in realtà è in grado di farlo in prima persona e il suo istinto lo sa, ma lei fa fatica a riconoscerlo, privandosi così di tale soddisfazione.
Emerge inoltre e chiede di essere espresso il suo spirito combattivo, da sempre presente in lei, tanto da averle permesso di costruirsi un’autonomia lavorativa ed economica, ma che Marina non ha mai del tutto riconosciuto e legittimato nell’ambito affettivo e delle relazioni, costringendosi ad una certa passività e remissività, che non le corrispondono.
Tali aspetti di lei premono per emergere, perché sono legati alla sua natura e ai suoi compiti vitali, ma le provocano panico e fantasie punitive.
Marina infatti nella sua infanzia e adolescenza si è confrontata con un padre talvolta violento, soprattutto nel momento in cui ne veniva messa in discussione l’autorità.  Tuttora è preda di timori e fantasie punitive, come se avesse proiettato l’immagine di suo padre su una qualche autorità sovrannaturale ( un dio, il destino, il caso …) che potrebbe punirla qualora si discosti dai modelli appresi.
Lo spazio non giudicante e dialogico della psicoterapia, fa emergere i suoi bisogni per quello che sono, con una visione più realistica di sé e degli altri, e di un possibile confronto fra persone.  Per lei non si tratta più di confrontarsi con tradizioni immutabili, ma solamente con le personali convinzioni di una madre o di una nonna, legittime quanto le sue. Non si tratta più di relazionarsi con un padre-padrone, pur vissuto così nell’infanzia, né con un dio, di cui temere la vendetta (phthònos theòn) come facevano gli antichi greci; ma soltanto con un uomo, con cui essere più o meno in accordo o in contrasto.
Questo sfondo le permette di portare a compimento i suoi compiti vitali con sempre meno timori, talvolta con leggerezza, spesso con soddisfazione e  piacere.
In psicoterapia si parte dalla paura e ben presto si lavora su aspetti propositivi, evolutivi della persona. Marina, che temeva l’autonomia, provando a viverla,  prende coscienza di potercela fare e ne sperimenta in realtà la leggerezza. Il focus non è più la paura e il suo eventuale decondizionamento, ma desideri, aspirazioni, bisogni, capacità, che iniziano a farsi strada e trovano spazio nella personalità del paziente.
Il luogo dialogico, non giudicante, della psicoterapia permette a tali bisogni di emergere, di essere considerati più realisticamente, di svilupparsi e realizzarsi; Marina scopre la propria capacità di affrontare in autonomia la vita adulta, e la naturalezza di tale percorso, prendendo le distanze da un retaggio culturale e storia familiare che non lo legittimava pienamente.
In solitudine tali bisogni emergevano sotto forma di panico; nella relazione dialogica con la terapeuta, invece di proiettare ombre paurose, prendono pian piano forma e significato nella loro concretezza e trovano l’accoglienza necessaria al loro sviluppo.
Si tratta di lasciare emergere non solo quello che è il proprio istinto ( “il fiume che scorre sotto il fiume” secondo Clarissa Pinkola Estès), ma anche una visione più realistica di sé e dei rapporti, altro “fiume” potente e talvolta nascosto a noi stessi.
Questa visione ci permette di vivere relazioni paritarie e dialettiche, che a loro volta rendono più spendibili i nostri desideri, aspirazioni, e “istinti”, con meno paure e sensi di colpa.

martedì 16 settembre 2014

Stress da rientro e desiderio di libertà


Cosa si può fare per affrontare lo stress da rientro dalle vacanze?

Lo stress da rientro viene definito come un stato di malessere generale accompagnato da stanchezza, irritabilità, nervosismo, leggera depressione; spesso ci si sente fisicamente appesantiti, psicologicamente non pronti, schiacciati dal senso di responsabilità e dai compiti incombenti.
Solitamente vengono consigliati alcuni semplici accorgimenti, che riguardano il  portarsi con sé stili di comportamento che in vacanza ci hanno procurato benessere, come cercare di dormire di più, prendersi cura del proprio corpo con un’alimentazione sana e un po’ di attività fisica, continuare a dedicare del tempo alla famiglia e al partner, proprio come si tende a fare maggiormente durante le vacanze.

Oltre a tali abitudini, forse però è ancora più importante cercare di portarsi dietro quel sentimento di libertà sperimentato in vacanza nel seguire i propri tempi ed esigenze, nel coltivare i propri interessi e affetti, che si teme di perdere tornando alla vita lavorativa, e la cui perdita è causa di stress.

La ripresa del lavoro, il rientro a scuola dei propri figli, e altri impegni, sono caratterizzati nel nostro immaginario e anche nella realtà quotidiana, da orari, ritmi, regole, aspettative definite da altri più che da noi.
In vacanza abbiamo il principale obiettivo di rendere felici e appagati noi, sul lavoro gli altri: capoufficio, clienti, etc. E così nella nostra mente si profila una netta contrapposizione fra libertà e autodeterminazione da un lato  e vincoli, limiti, costrizioni dall’altro.

E’ importante però chiedersi se tale contrapposizione netta sia corretta; e se sia inevitabile perdere quel sentimento di libertà di cui parlavo prima, o non sia invece possibile portarselo dietro nella vita di tutti i giorni, ed anzi farne il centro organizzatore del proprio agire.

La libertà, intesa come autonomia, in realtà non è l’essere completamente sciolti da vincoli, ma operare scelte facendo riferimento a sé e non a qualche autorità superiore, magari dopo essersi informati e confrontati, e mettendo in conto la possibilità di sbagliare.

“La libertà non è il volo libero di un moscone, la libertà è partecipazione” ( Giorgio Gaber). Cioè comprende l’altro, che ci pone comunque limiti.

La libertà assoluta sciolta da vincoli non è praticabile, è solo una fantasia di libertà; e non perché abbiamo vite troppo complicate o piene di impegni o dobbiamo soddisfare troppo le aspettative altrui,… neanche in vacanza abbiamo sperimentato una tale libertà assoluta (ad es. decidiamo di fare un’escursione, e poi piove o nostro figlio si ammala …).
Il fare affidamento su di sé nell’operare scelte non vuol dire essere sciolti da vincoli posti dall’esterno, ma vuol dire fare riferimento a sé nel gestire gli impegni e le aspettative altrui a modo proprio: ci sono tanti modi differenti di rispondere agli impegni quanti sono gli individui.

Non solo per ridurre lo stress da rientro, ma per sfruttare le vacanza come occasione trasformativa, può essere utile farsi carico di tale proprio desiderio di libertà, sano e legittimo, rendendolo però più realistico e praticabile.
Tale libertà implica il non dare per scontato che ci sia una risposta preconfezionata ai nostri dubbi e scelte, il fare riferimento a sé nelle scelte quotidiane, sapendo di poter sbagliare e di procedere per tentativi ed errori.
Può essere utile aumentare le proprie conoscenze, informazioni, stimoli attraverso la rete, la lettura di giornali di moda, la visione di programmi di cucina etc., però poi è ognuno di noi che reinterpreta i dettami della moda in base al proprio gusto e al proprio fisico, le ricette di cucina in base al proprio gusto e a quello di marito e figli, e in base alle proprie disponibilità, aggiungendo, togliendo o modificando ingredienti, alla ricerca di ciò che è meglio per noi.

Ciò che limita, ma allo stesso tempo rende praticabile la propria libertà è la natura della scelta (prendo un’alternativa e ne scarto un’altra) e la possibilità dell’errore, che non dipende dal fatto che non siamo sufficientemente esperti, ma che non possiamo conoscere o prevedere tutti i fattori presenti o intervenienti nell’immediato futuro.
Ad es. preparo un piatto che penso piaccia molto al mio partner, e poi quella sera lui è un po’ indisposto o preferisce mangiare più leggero; mi iscrivo ad un corso di acquagym, di fotografia o altro, che non  si rivela all’altezza delle mie aspettative, o nel frattempo mi sono maturate dentro altre esigenze …  infatti, oltre a non dipendere dalla nostra decisione tanti fattori esterni, non dipendono da essa neanche emozioni, sentimenti, esigenze … se ne può prendere atto e muoversi di conseguenza, per es. modificando decisioni prese, tornando indietro da strade che si rivelano con il senno di poi poco utili, quando è possibile.

Solo mettendo in conto tali limiti (dover rinunciare inevitabilmente a qualcosa o la possibilità quotidiana dell’errore e gli aggiustamenti continui di esso) si possono effettivamente praticare delle scelte facendo riferimento a sé. Diversamente si è costretti a affidare le proprie decisioni ad altri (genitori, partner, giornali di moda, ricettari, etc.) nell'illusione di evitare l’errore e rinunciando così alla libertà di scegliere secondo i propri criteri.













         

mercoledì 6 agosto 2014

Sesso: dovere o piacere? Perché l’ansia da prestazione sessuale.


Vorrei riflettere con voi sui motivi della notevole diffusione di problematiche sessuali, di cui l’ansia da prestazione sessuale è una delle principali sul versante maschile, ma ha anche un ruolo significativo nei problemi femminili.

Soprattutto vorrei riflettere su una diffusa difficoltà, che potenzialmente riguarda ognuno di noi, a raggiungere una piena soddisfazione nella sfera della sessualità.

E’ curioso che ciò si verifichi in un periodo storico in cui l’evoluzione socioculturale ha portato l’individuo ad essere mediamente più libero da sensi di colpa e inibizioni, ben informato circa le diverse posizioni e tecniche amatorie, favorevole ad un atteggiamento obiettivo e scientifico verso la sessualità e così via.

Dopo aver sciolto pregiudizi e allentato divieti morali legati alla sessualità, proviamo a capire cosa altro pesa sulla possibilità di coltivare liberamente e senza troppe ansie il piacere.

L’ansia da prestazione consiste nel timore del manifestarsi di una difficoltà sessuale, talvolta già vissuta in passato, che riteniamo non ci permetta di soddisfare appieno il nostro partner. Da tale timore consegue ansia e ipercontrollo che, interferendo con il coinvolgimento sessuale, divengono essi stessi origine del problema temuto.

E’ comprensibile avere il desiderio di soddisfare il proprio partner, ma quando l’ansia prevale, è perché colleghiamo un po’ troppo strettamente il bisogno di soddisfarlo con la conferma di noi stessi e della nostra adeguatezza ed autostima. L’esperienza sessuale è allora legata più che alla felicità di coppia e alla comune ricerca del piacere, ad un proprio bisogno di conferma attraverso l’altro. L'eccessiva ricerca di approvazione da parte dell’altro, come conferma della propria adeguatezza e autostima riduce la spontaneità; anche perché spesso sull’altro si proiettano i propri timori di inadeguatezza e il proprio atteggiamento auto-giudicante.

Il primo dubbio che è utile porsi è se siamo sicuri che il nostro partner si aspetti davvero “una prestazione”. Spesso, infatti, se ha una relazione personale con noi, e non ci considera puramente oggetti sessuali, è probabile che si aspetti attenzioni più che prestazioni, e sia addirittura infastidito da un atteggiamento più attento alla prestazione che alla relazione.

Riflettendo sulla parola stessa "prestazione", essa richiama l'idea di una prova fornita, intesa a richiamare l'attenzione sulle particolari capacità di colui che si esibisce. La prestazione ha un carattere pubblico, nel senso che il modo in cui l'atto viene eseguito è soggetto all'osservazione e alle critiche, se non di un pubblico, comunque di un'altra persona. La soddisfazione del partner diviene più importante del proprio piacere, con la conseguenza di un appagamento sessuale soltanto parziale.

Può essere utile modificare allora i termini della questione: non che l’altro non sia importante, ma lo è come partner, con esigenze e bisogni in parte diversi dai nostri, da esplorare insieme; non come specchio che ci confermi.
E’ importante quanto lo siamo noi, non di più.
Paradossalmente proprio il mettere al centro il bisogno di conferme narcisistiche della propria potenza sessuale o avvenenza, dà troppa importanza all’altro, a scapito di sé, perché da lui dipendiamo per tali conferme.

Effettivamente al giorno d’oggi il punto debole dell’individuo non è più tanto il senso di colpa dovuto a desideri sessuali o aggressivi moralmente riprovevoli come ai tempi di Freud, ma il senso di inadeguatezza per non essere sufficientemente performanti o riconosciuti sul piano lavorativo, sociale, e anche sessuale, collegando così strettamente l’approvazione, ammirazione dell’altro/altri alla propria autostima.

Per quanto riguarda la sessualità, l’abbiamo sottratta dall’ambito dei divieti morali, e l’abbiamo sottoposta a quello della prestazione e del narcisismo (cerco conferme della mia virilità o della mia avvenenza). Dov’è dunque il vantaggio? Ci troviamo sempre nell’ambito del dovere (non più tanto il dovere di attenersi a prescrizioni morali,  quanto quello di essere all’altezza di prestazioni e aspettative).

E allora il piacere, che per esprimersi necessita principalmente di spontaneità, nella migliore delle ipotesi  è un estraneo che si imbuca ad una festa; nella peggiore rimane fuori dalla porta.

Cosa fare per ridare al piacere il ruolo di protagonista?

Innanzitutto considerare il partner realisticamente per quello che è: non uno specchio che ci dia conferme o disconferme, che decreti il nostro successo o fallimento, ma un partner di una relazione sessuale in cui è centrale la comune ricerca del piacere, fatta però ognuno a modo proprio e a partire dalle proprie esigenze; tale ricerca richiede dunque ascolto, e stimolo reciproco alla spontaneità, in consonanza con l'autentica natura emozionale della sessualità.



lunedì 10 febbraio 2014

Nebraska "Una famiglia tutt'altro che ideale"

Vi consiglio la visione del film “Nebraska” di Alexander Payne. Racconta di una famiglia tutt'altro che ideale, che ognuno può agevolmente e senza sensi di inferiorità confrontare con la propria. Il protagonista trentacinquenne sceglie di prendersi cura dell’anziano padre, che pur non è stato un campione di generosità nell'educazione dei figli, e della sua demenza senile, con affetto e un pizzico di ironia. In tal modo si prende un po’ cura anche del resto della famiglia, e soprattutto di se stesso, dimostrando che amare riempie di più la vita che essere amati.

Il trailer del film:
http://www.youtube.com/watch?v=Wo4CRHJqRPw

giovedì 30 gennaio 2014

Come aiutare i ragazzi nella scelta della scuola superiore

Cari genitori,

per dare una cornice alla scelta della scuola superiore, vorrei sottolineare in primo luogo che non si tratta di scegliere al posto dei figli, ma insieme a loro. A dire il vero, è più una scelta loro che vostra, ma con l’importante vostra presenza accanto per aiutarli a ragionare, a fare un esame di realtà, anche a sdrammatizzare.

I ragazzi infatti, in tale periodo di vita e di fronte a tale scelta, provano alcune ansie, legate alla crescita e alla trasformazione, al fare alcune cose per la prima volta, al non sapere quanto possono contare su di sé, alla paura di sbagliare. Compito del genitore è contenere tali ansie, contenendole e sdrammatizzandole prima di tutto dentro di sé.
D’altro canto i ragazzi a quest'età hanno sufficienti risorse e capacità per fare delle scelte. Già da molto prima, per certi aspetti fin dalla nascita, sono elaboratori di teorie sul mondo e di strategie di comportamento, di modi di vivere. Tali modi sono parziali, possono e devono essere corretti in base alle esperienze, agli errori e all'esame di realtà, però sono comunque presenti in ognuno dei vostri figli.
Non siete tenuti, dunque, a fare le scelte al posto loro, ma piuttosto ad accompagnarli, e a ragionare insieme a loro.

Un modo per sdrammatizzare è mettere in conto che tale scelta sia rivedibile nel tempo; accettare la possibilità dell’errore, che non esiste una scelta in grado di mettere al sicuro il proprio figlio da delusioni e possibili revisioni.
Quando come genitori abbiamo a che fare con scelte che riguardano i figli, siamo anche più preoccupati  che rispetto  a scelte che riguardano noi personalmente; gli errori, le sofferenze dei figli bruciano più delle nostre, proprio perché li amiamo e siamo genitori partecipi. Attenzione però a questa reazione istintiva, perché i figli possono interpretare le nostre preoccupazioni, se eccessive, come una scarsa fiducia in loro, e nel fatto che siano in grado di procedere nella crescita, di prendere decisioni e di affrontare prove.

Non esiste poi una scelta migliore in assoluto, ma relativamente al contesto in cui ci si trova, considerando com'è il ragazzo in quel momento, e naturalmente quali le opportunità formative presenti sul territorio.
La scelta migliore è quella più realistica, che si basi sulla considerazione delle caratteristiche, potenzialità e limiti del minore; ma soprattutto dei suoi interessi, motivazioni, e passioni.
E’ importante dunque il confronto con gli insegnanti, ma soprattutto con il ragazzo, aiutandolo a valutare realisticamente se stesso e il contesto; a 13 anni ha ancora molto bisogno di essere sostenuto e contenuto rispetto alla tendenza a sottovalutarsi o sopravvalutarsi.

Per aiutarlo è utile che vi interroghiate sulla vostra disponibilità a rivedere l’immagine ideale che avete di lui/lei, a mettere in conto possibili delusioni, scarti dalle vostre aspettative; e a gestire tali delusioni come un accadimento e un problema vostro, senza farlo ricadere sul figlio.
E’ naturale e comprensibile avere tali aspettative ideali, proprio perché ai genitori sembra che se i figli fossero così come “dovrebbero,” sarebbero favoriti nel cammino dell’esistenza, non andrebbero incontro a delusioni e frustrazioni. Realisticamente però alcune frustrazioni sono inevitabili, e il compito del genitore non è eliminarle, quanto piuttosto aiutare il ragazzo a gestirle come una parte normale della vita, a trovare le proprie strategie per affrontarle, e ad imparare da esse. 
A volte un allontanarsi dalle aspettative genitoriali è per il figlio un trovarsi.

Ridimensionando il peso delle delusioni, possibili errori, aprite invece e potenziate lo sguardo su quello che realmente è il ragazzo, confrontandovi e discutendo con lui, e aiutandolo così, attraverso il dialogo, a comprendersi nelle proprie potenzialità e nei propri limiti.
Mantenendo un atteggiamento fermo rispetto ad ansie eccessive per il futuro, siate invece generosi nel cogliere le particolarità del singolo: non solo potenzialità e limiti, ma anche interessi, motivazioni, passioni.
Il crescere, e la vita stessa, hanno un'indubbia complessità, proprio perché nessuno ha la sfera magica per prevedere il futuro, e si procede per tentativi ed errori.  Ma la conoscenza di sé (gnozi eautòn degli antichi greci) è un valore e una fondamentale risorsa nell’orientarsi, oltre naturalmente alle informazioni e alla conoscenza del contesto, in questo caso, delle opportunità formative presenti sul territorio.

Sottolineo la necessità di prendere in considerazione anche e soprattutto gli interessi del ragazzo. E’ vero che si cresce e si impara confrontandosi con le regole, accettando e gestendo possibili frustrazioni, ma una spinta fondamentale all'apprendimento è proprio il piacere, il fare ciò che piace e appassiona; è la motivazione che aiuta a tollerare meglio la fatica, a superare delusioni, e a sostenere l’impegno richiesto da qualsiasi percorso formativo.



giovedì 16 gennaio 2014

"Ciao mamma". La separazione dalla madre e la costruzione del sé in preadolescenza

Vorrei analizzare con voi come viene vissuta la dolorosa, ma vitale separazione fra madre e figlio, e la progressiva autonomizzazione di quest’ultimo, dal punto di vista delle madri e dei figli, a partire dalla mia esperienza di psicologa dello sportello di ascolto nelle scuole medie, a cui si rivolgono sia genitori che ragazzini.

Come il parto, processo intensamente vitale, è intriso di paure e di dolore, così lo è “la nascita sociale” del ragazzino, cioè il suo ingresso in un mondo sociale più ampio e meno protetto di quello della famiglia e della stessa scuola elementare: l’ingresso nella scuola media, e soprattutto nel gruppo dei pari, la cui frequentazione ed appartenenza inizia ad essere gestita autonomamente dal ragazzino.

A partire dall’analisi di un importante momento di separazione madre-figlio: la preadolescenza (12 anni), che richiama tutti i precedenti momenti di distacco, cercheremo di capire quella sensazione, da un lato, di  aspettativa, bisogno e ricerca di vicinanza, e allo stesso tempo di alterità, di separazione e di solitudine, che si sperimenta e ci accompagna per lungo tempo, se non per tutta la vita, come figli/e nei confronti della madre, e poi come madri nei confronti dei figli/e.

Iniziamo ad analizzare tale groviglio di sentimenti dal punto di vista dei ragazzini, sulla base dei loro racconti.
Nel momento in cui essi abbandonano il mondo protetto delle elementari, della famiglia, dell’infanzia, per entrare in quello più ampio e meno sicuro della scuola media, e in particolare del gruppo di pari, il primo scoglio che incontrano, con cui devono imparare ad avere a che fare è il seguente: le “prese in giro”, cosiddette dai ragazzini, che sono poi le critiche in senso più ampio, alcune delle quali colgono nel segno di una loro debolezza, altre meno – come avverrà nelle critiche che continueranno a ricevere da adulti – , ma sono espresse spesso con una certa spietatezza, e con una particolare sfumatura canzonatoria. Come se, da parte dei compagni, fosse più importante il fatto stesso di fare le critiche e di vedere se e come il proprio compagno o compagna le accetta, che il particolare merito della critica. . . se non c’è, lo si inventa: ci sono ragazzini che si lamentano del fatto che viene storpiato il loro cognome, e così vengono presi in giro, motivazione decisamente pretestuosa.

Effettivamente non è facile accettare tali critiche-prese in giro, soprattutto in quel particolare momento della vita, in cui si è spinti dalla crescita verso un difficile ma importante cambiamento: da un modello relazionale osmotico-fusionale, in cui io-bambino percepisco la mamma al mio servizio, pronta ad appagare i miei bisogni, a spianarmi la strada dalle difficoltà; ad un modello più dialettico, la relazione con il gruppo dei pari. Qui io sono uno del mucchio, in cui gli altri magari mi offrono anche complicità ed amicizia, ma allo stesso tempo non mi risparmiano critiche. Emergono le nostre differenze, e il fatto che l’altro metta al centro delle sue attenzioni i propri bisogni, non i miei, anche perché è affaccendato nella stessa crisi evolutiva, ma a modo suo.

Si può, dunque, reagire a tale cambiamento con una profonda nostalgia per un universo in cui per la mamma si è speciali, coccolati, oggetto di grandi aspettative ma anche di grandi assoluzioni.
Si può, inoltre, interpretare tale nuovo universo relazionale con una sfumatura paranoica: “ce l’hanno tutti con me”, senza rendersi conto che gli stessi rimandi critici sono riservati anche ai propri compagni.
In ogni caso si prova un’intensa sofferenza: ogni critica viene vissuta come ferita narcisistica, cioè ferita all’immagine di sé, come se portasse via un lembo di pelle. E quella spietatezza canzonatoria, con cui i compagni continuano a muovere critiche, può essere anche interpretata come un disinfettante doloroso ma necessario per curare una ferita purulenta, quindi con un valore di spinta alla guarigione e alla crescita.

Nel momento in cui  il ragazzino accetta di confrontarsi con il nuovo universo relazionale, e vi avverte anche delle potenzialità, ad es. lo sperimentarsi in un rapporto paritario, prendendo iniziative, senza dover rendere conto a mamma e papà; e asseconda così quella spinta alla crescita anche psichica, propria della sua età, affronta il secondo scoglio:
la paura di sperimentarsi in solitudine, e quindi di sbagliare, ma soprattutto il senso di colpa nei confronti dei genitori per il fatto stesso di prendere tali iniziative.

Da un lato è richiesto il coraggio di abbandonare alcune sicurezze, e di sperimentare: non mi trovo più in un mondo protetto in cui se mi comporto come mi hanno insegnato mamma e papà, sarò premiato. Nella gestione dei rapporti ad es. con il gruppo di pari devo procedere per tentavi ed errori, accettare di farlo, e trovare soluzioni.        
Ricordo una ragazzina marocchina che è venuta a parlarmi. Si sentiva ed era effettivamente vittima di prese in giro, apparentemente perché straniera, ma soprattutto in quanto impossibilitata a rispondervi, a causa di un’educazione ricevuta molto rigida, che non prevedeva espressioni di aggressività.
Ha dovuto inventarsi la possibilità di essere, più che aggressiva, determinata – dicendo ad es. “ma guardati tu!”, determinazione che non era prevista, almeno negli insegnamenti espliciti della famiglia, per quanto riguarda il comportamento sociale femminile.

Ecco dunque presentarsi i sensi di colpa nei confronti dei genitori per il fatto di non seguire più tutti i loro insegnamenti, di non appagare più tutte le loro aspettative, non per scarso affetto, ma perché si è chiamati  ad affrontare il nuovo universo sociale, a costruire la propria identità.
Ci sono genitori che si lamentano che i ragazzini rispondono loro male, o che semplicemente rispondono (ad es. “quelle scarpe sono da vecchio, non me le metto”); ragazzini che desiderano a volte uscire con gli amici, e sono meno adeguati alla programmazione degli  impegni sportivi, prima mantenuti con più coerenza.  Ragazzini che si confrontano con fratelli minori, che sembrano soddisfare maggiormente le richieste dei genitori e si sentono in colpa perché loro non lo fanno più; questo non perché non siano più “bravi bambini”, come talvolta sembrano credere, semplicemente perché non sono più bambini. Devono occuparsi di affrontare il mondo, e soprattutto di costruire la propria identità.

Come, dunque, il parto è doloroso per mamma e bambino, anche il crescere passa attraverso sentimenti dolorosi, urticanti, (ferita narcisistica, paura di sperimentarsi in solitudine e di sbagliare, sensi di colpa), ma avviene comunque, grazie alla stessa naturale spinta alla crescita; sempre che non vi siano troppi macigni che la impediscono. Tali ostacoli hanno a che fare con condizioni interne al ragazzino o legate alle dinamiche familiari, che aggravano, appesantiscono, rendono inaccettabili i sentimenti dolorosi, di cui ho parlato.

Alle difficoltà del ragazzino, in effetti, fanno eco quelle della madre, ad accettare la crescita e la separazione da lei del figlio; sofferenze materne che hanno una profondo legame e corrispondenza con quelle del minore.

La scoperta che il figlio inizi a prendere come riferimento sé o il gruppo di pari, non solo più la famiglia o la mamma, suscita innanzitutto un sentimento di paura e di ansia, in quanto si percepisce il figlio più esposto ai pericoli del mondo, al di là del proprio controllo e giurisdizione.
Tale sensazione di perdita di controllo, porta a drammatizzare i rischi e le sofferenze che il ragazzino può incontrare sulla sua strada.  Ci sono madri che esagerano la portata distruttiva di qualche piccolo insuccesso scolastico del figlio, o di rimandi un po’ duri ricevuti da insegnanti o compagni, pensando, e spesso sbagliandosi, che il proprio figlio non sia in grado di affrontarle, pensando inoltre che sia compito del genitore spostare tutte le possibili frustrazioni dalla strada del proprio figlio; mentre in realtà il compito genitoriale è sempre più sostenerlo nella sua possibilità e capacità di affrontarle.

C’è, però, un altro sentimento, che si percepisce con meno immediatezza, da parte delle madri, e di chi le ascolta, ma che risuona e ispira in profondità l’evolversi oppure lo stagnare della crisi materna:
tale sentimento è, ancora una volta, la ferita narcisistica, e il dolore della separazione: “io non sono più così importante per lui”.
Dietro alle preoccupazioni delle madri - “se mio figlio si fa trascinare dalle cattive compagnie, e diventa un bullo?” Oppure “ho paura che la ragazzina non abbia personalità perché segue le indicazioni delle amiche sul vestirsi”, “e non più le mie…” mi verrebbe da aggiungere - , si cela in realtà il dolore del distacco, del vedere il figlio nella sua alterità rispetto a me mamma, nella sua maggiore autonomia, e soprattutto nel suo avere meno bisogno di me, in un futuro prossimo non averne più per nulla.

Quella solitudine che sperimenta il figlio, crescendo e facendo delle scelte, la sperimenta anche la madre, con l’aggravio dell’essere chi subisce il distacco, in molti casi chi lo permette e favorisce, essendo comunque quella che rimane, mentre il figlio salpa verso il mondo e il futuro.
Talvolta è più difficile accettare e favorire la separazione, vedere i figli crescere, per madri casalinghe, o soprattutto per cui l’essere madri è il principale, se non esclusivo oggetto di investimento e di ricarica affettiva. Per lo stesso motivo è spesso più complesso favorire la separazione dell’ultimo figlio, perché ciò toglie alla madre definitivamente un ruolo, che non può essere facilmente rimpiazzato.
In un certo senso, più sei brava come mamma, più hai dato sufficientemente fiducia a tuo figlio e ne hai favorito l’autonomizzazione, facendogli sentire sopportabili i suoi pesi, e non scaricandogli addosso i tuoi, più lavori all’esaurimento del tuo ruolo, alla finitezza, alla mortalità del tuo essere mamma.

Abbiamo visto come madri e figli si trovino ad affrontare sentimenti simili.
Innanzitutto la paura  e l’accettazione dell’insicurezza, del procedere per tentativi ed errori, invece che sulla base di un modello già collaudato.  Ciò implica l’accettazione che la vita, propria e dei figli, non è scevra da rischi, è in fondo un’avventura - nel senso di dover affrontare ciò che avverrà (ire ad ventura) senza conoscerlo in anticipo, e quindi l’accettazione della propria ignoranza, che ci permette di procedere illuminando solo passo per passo, potendo sbagliare e dovendo talvolta ricredersi.

L’altro importante sentimento è la ferita narcisistica del passaggio  da un rapporto più fusionale, in cui ci si aspetta perfetta corrispondenza fra me e l’altro, fra i miei bisogni e le risposte dell’altro, ad una relazione più dialettica, in cui si manifestano le differenze individuali, la non corrispondenza fra le proprie aspettative e le risposte che otteniamo, e dunque la necessità di mediare.

In realtà tale passaggio non è caratterizzato da un’alternativa secca, ma da gradualità e sfumature: nel rapporto fra madre e figlio si introduce fin dall’inizio un po’ di dialettica, di coscienza dell’alterità; allo stesso tempo il rapporto di amicizia è anche un po’ fusionale, fondendo e confondendo  una parte di sé nell'altro attraverso giochi di identificazioni reciproche.
In questa prospettiva, l’inevitabile nostalgia del primitivo e primario rapporto fusionale, può trasformarsi da macigno, che blocca la crescita, in fondamenta su cui costruire un’altra relazione, dialogica, fra madre e figlio, questa sì che può essere coltivata e svilupparsi nel corso della vita, conoscendone i limiti.